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Scheda Biografica di Paolo Della Croce

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San Carlo

Il ballerino rubacuori

Nascita: 01 marzo 1838

Professione religiosa: 22 settembre 1857

Morte: 27 febbraio 1862

Venerabile: 14 maggio 1905

Beato: 31 maggio 1908

Santo: 13 maggio 1920

Ragazzo tutto sprint

Di famiglia nobile e numerosa quella di Gabriele. una famiglia soprattutto esemplare. Gabriele, vi è rimasto fino a 18 anni, prima di entrare in convento dove visse 6 anni. Vita breve ma piena, vissuta di corsa. “Ci ha rubato il passo” dirà con espressione felicissima padre Noberto Cassinelli, suo direttore. Una vita sorridente e affascinante quella di Checchino.

Subito le date. Il 01 marzo 1838 nasce ad Assisi, undicesimo di tredici figli. Viene battezzato il giorno stesso con il nome del più illustre dei suoi concittadini, Francesco. In casa e gli amici però, lo chiameranno sempre Checchino e tra i Passionisti sceglierà il nome di Gabriele. 27 febbraio 1862: muore a Isola del Gran Sasso (Teramo) a 24 anni. Il papà Santi Possenti laureatosi a Roma, esercita funzioni di governatore, delegato ed assessore dello stato pontificio in 27 città sparse nelle Marche, nel Lazio e nell’Umbria. La mamma Agnese Frisciotti è una donna nobile, dolce e santa. Si sono sposati a Civitanova Marche (Macerata), paese natale di Agnese, il 13 maggio 1823. Dal matrimonio nascono tredici figli: due muoiono appena nati, due in tenera età, quattro (e tra questi Gabriele) nel pieno della giovinezza.

Nel 1841 Sante è nominato assessore di Spoleto (Perugia) dove si trasferisce con tutta la famiglia. Qui a meno di 42 anni muore Agnese. Prima di morire, vuole vicino a sé Checchino: lo bacia e lo abbraccia a lungo. Sante educa i loro figli con la parola e con l’esempio. La mattina prima di recarsi in ufficio prega per un’ora e poi partecipa alla messa portando sempre con sé qualcuno dei figli. La sera recita con i figli il rosario…e al termine esorta tutti “inculcando i principi cristiani”. Nel 1844 Checchino inizia le elementari. La sorella Maria Luisa, di 9 anni più grande di lui, e la governante Pacifica Cucchi sostituiscono la figura della madre nel migliore dei modi. Nel 1846 riceve la cresima e nel 1851 la prima comunione.

A 13 anni affronta gli studi liceali tra i Gesuiti in quel collegio che a Spoleto chiamano università: sono anni fondamentali per la sua formazione umana, culturale e spirituale. E’ intelligente, gli piace studiare, riesce ottimamente soprattutto nelle materie letterarie. Compone poesie anche in latino; le recite scolastiche lo vedono protagonista indiscusso ed applaudito. Elegante, vivace, spigliato e spiritoso diventa un punto di attrazione per la sua allegria a volte originale. Segue la moda, veste elegante. Ala l’allegria e dove c’è festa non manca mai. “E’ nato per l’amicizia”. Vuole primeggiare in tutto, ed a tutti i costi; “la bella vita non gli dispiace”. L’appellativo di “ballerino” non è immeritato. Ma è anche buono, generoso, sensibile alle sofferenze dei poveri; ama la preghiera. Sprizza vita da tutti i pori. La caccia è il suo sport preferito, il teatro lo affascina e vi si reca spesso con il papà e la sorella.

Lo attirano e legge autori del tempo come Manzoni. Bresciani, Tommaseo e Grossi. Ma non c’è molto tempo per continuare a divertirsi spensieratamente…in famiglia altri hanno già scelto la propria strada. Lui cosa farà?... E’ vero: non gli manca niente, eppure niente lo soddisfa appieno. Quante volte terminati gli spettacoli teatrali corre a raccontare alla Madonna i problemi e le ansie del suo cuore vagabondo. Quante volte si chiude nella sua cameretta davanti alla piccola statua dell’Addolorata, a lui carissima, e si ritrova con gli occhi lucidi di pianto. E poi, chi lo direbbe? Sotto le vesti eleganti porta anche il cilicio, segno di penitenza. Un vero miscuglio quel giovane cuore!

I ripetuti lutti familiari o anche alcune brutte malattie in cui è incappato, gli hanno fatto apparire le gioie umane, brevi ed inconsistenti come fiocchi di neve. A 13 anni ad esempio si ammala gravemente alla gola; vede attorno a sé volti preoccupati e tristi. Implora ed ottiene la guarigione dal beato Andrea Bobòla. Proprio in questi momenti ha sentito una grande paura ed ha promesso di chiudersi in convento se fosse guarito. Ha chiesto addirittura di entrare dai Gesuiti, ma poi la vita di sempre è tornata a trascinarlo con i suoi ritmi e a distrarlo con i suoi richiami.

Il padre è restio a farlo partire. E chi potrebbe dargli torto? Ha avuto tredici figli ed ha visto attorno a sé una solitudine sempre più larga. Teresa si è sposata, Luigi Tommaso è religioso domenicano, Enrico studia per diventare prete, Michele frequenta la facoltà di medicina e chirurgia a Roma, due figlie e quattro figli sono già morti. Nel 1855, in casa gli restano solo Maria Luisa di 26 anni, Checchino di 17 anni, e Vincenzo di 16. sante ama immensamente tutti; però per Checchino ha un riguardo particolare. Gli è più caro di tutti. Come farà senza di lui?

Nel 1855 un nuovo lutto, tra i più tristi. Il 7 giugno, stroncata dal colera muore improvvisamente Maria Luisa che in casa aveva sostituito la mamma. Checchino viene travolto da tanti perché. A che serve vivere se poi… L’idea del convento torna con più insistenza ma il padre fa ancora di tutto perché ciò non avvenga.

Il 22 agosto 1856 per le vie di Spoleto si svolge la processione con l’immagine della Madonna venerata in duomo. Tra la folla c’è anche lui. Quando l’immagine gli passa davanti si sente ferire il cuore con parole di fuoco che gli segnano l’anima: “Checchino cosa stai a fare nel mondo? La vita religiosa ti aspetta”. Checchino esce dalla folla e si ritrova a piangere con il volto tra le mani. Questa volta è la madre che chiama. Come è possibile resistere? Niente e nessuno lo fermerà. Il 6 settembre parte da Spoleto ed il 10 è già a Morrovalle (Macerata) per iniziare il noviziato. Lungo la strada ha superato altre prove provocate dal padre per esaminare la sua vocazione. Ma aveva ragione il fratello Michele nel dire in famiglia: “Sapete com’è Checchino; quando ha preso una decisione non si lascia smuovere”.

Il ballerino sorprende tutti

A Spoleto restano tutti sorpresi per la sua improvvisa partenza. A Morrovalle Checchino trova altri 10 novizi tra i quali il beato padre Bernardo Maria. Maestro è padre Raffaele Ricci e vice-maestro il venerabile padre Noberto Cassinelli. Checchino si sente finalmente contentato. Anche il padre ormai è sereno, convinto della vocazione del figlio, anche se il distacco dal figlio non trova aggettivi sufficienti.

A 18 anni, dunque, Checchino volta pagina nella sua vita. Il ballerino amante della caccia e della bella vita, si chiude in convento dove la vita per un occhio secolare scorre monotona e feriale. Ma a tutto ciò c’è una spiegazione. Da quando la Madonna per le vie di Spoleto lo ha invitato fissandolo negli occhi e parlandogli al cuore ha visto chiaro il suo futuro. Un taglio netto con il passato e un veloce cammino verso la santità e verso Dio.

Il 21 settembre veste l’abito passionista e sceglie anche un nome nuovo: Gabriele dell’Addolorata; nome che gli richiama continuamente la Madonna. L’anno successivo emette la professione religiosa. Nel giugno 1858 si trasferisce a Pievetorina (Macerata) per gli studi filosofici sotto la guida di padre Noberto che lo seguirà fino alla morte. Il 10 luglio 1859 è ad Isola del Gran Sasso per lo studio della teologia e la preparazione al sacerdozio. Il 25 maggio 1861 nella cattedrale di Penne riceve la tonsura e gli ordini minori. Subito dopo si ammala; ogni cura risulta vana. Non raggiunge neppure il sacerdozio. Il 27 febbraio 1862 “al sorgere del sole” muore confortato dalla visione della Madonna invocata con amore: “Mamma mia, vieni presto”. Ancora non sono passati 6 anni dal suo ingresso tra i Passionisti. I confratelli restano lì attorno al letto a guardarlo e commossi ricordano…

Ricordano la sua vita segnata dalla gioia. Una gioia che continuamente gli sbocciava dentro, gli profumava la vita e che lui seminava a piene mani. Una gioia incontenibile, che affascinava e contagiava. Gabriele ne era diventato anche il cantore: “La contentezza e la gioia che io provo è quasi indicibile; la mia vita è una continua gioia.

I giorni, anzi i mesi mi passano rapidissimi, la mia vita è una vita dolce, una vita di pace. Sto contentissimo”. Un giorno verrà chiamato “il santo del sorriso”.

Le piccole e fragili cose di ogni giorno diventavano grandi per lo spirito con cui le compiva. Lo ripeteva spesso: “Dio non guarda il quanto ma il come; la nostra perfezione non consiste nel fare cose straordinarie ma nel fare bene le ordinarie”. Il suo direttore di lui dirà: “Gabriele ha lavorato con il cuore”, questo era il segreto della sua santità. Poi la Madonna, e la Madonna Addolorata, è stata la ragione della sua vita. Ha emesso un voto speciale: propagare la devozione all’Addolorata.

Ancora di lui dirà il suo direttore, padre Norberto: “Il mio Gabriele aveva un carattere molto vivace, soave, dolce e insieme risoluto e generoso. Aveva un cuore sensibilissimo, pieno di affetto, un modo di fare attraente, piacevole, gentile. Era gioviale e festoso, di parola pronta, sveglio, facile, piena di grazia. Era di forme garbati, era agile e composto in ogni movimento della persona. Aveva occhi tondi, neri, assai vivaci e belli. La virtù e la santità poi a tutto metteva compimento. Aveva in sé tante doti che difficilmente si possono trovare tutte in una sola persona. Nessuna meraviglia che si guadagnasse la benevolenza di tutti. Era veramente bello nell’anima e nel corpo”.

Il giorno del funerale, più che pregare per Gabriele, pregano Gabriele: tutti sono convinti di deporre nel sepolcro, ricavato nella cripta della chiesa, non un cadavere ma un seme destinato a fiorire. I tempi li conosce solo Dio. Ma non saranno troppo lunghi. Nel 1866 i Passionisti vengono espulsi dal convento di Isola. Tutto ormai sembra consegnato al silenzio. Invece… Nel 1891 iniziano i processi di beatificazione; nel 1892 vi sarà l’esumazione delle spogli mortali di Gabriele accompagnata da una pioggia di miracoli strepitosi. Nel 1894 i Passionisti tornano a Isola richiamati da quel giovane studente che non ne vuole sapere di essere morto. Il 31 maggio 1908 Gabriele è dichiarato beato e il 13 maggio viene proclamato santo.

Il resto è storia di un fascino sempre crescente, di una vita sempre più piena. Storia di una santità che non conosce tramonto. Nel mondo oltre mille chiese sono dedicate a lui. Ed in Abruzzo, ai piedi del Gran Sasso, dove un tempo sorgeva una piccola solitaria chiesina c’è ora uno dei santuari più noti e più cari dedicati a Gabriele. Qui Gabriele chiama, attira, accoglie soprattutto giovani. Innumerevoli pellegrini lo visitano. Per molti malati Gabriele è l’ultima speranza; per altri è l’unica speranza. Gabriele è vivo, sorride ancora. Ancora regala grazie e miracoli.

Brano tratto dal libro: Pierluigi Di Eugenio; Sotto la Croce appassionatamente, la santità nella famiglia passionista; Ed. Eco – S. Gabriele (TE), 1997.

 
 

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