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Scheda Biografica di Paolo Della Croce
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San Carlo |
Il funaio mancato
Nascita: 04 maggio 1883
Professione religiosa: 06 marzo 1900
Morte: 18 novembre 1902
Venerabile: 14 maggio 1991
Beato: 29 gennaio 1995
Il nome sembra richiamare la figura austera e severa di un antico anacoreta del deserto e non quella di un simpatico giovane dei nostri giorni. Probabilmente si farà anche fatica a ricordarlo subito. Ma quanto a simpatia non ha bisogno di chiedere prestiti e non deve invidiare niente a nessuno. E' impossibile non essere catturati dal fascino prepotente di questo giovane, dalla sua angelica trasparenza e dalla sua giovanile freschezza.
La vita scorre come l'acqua. E poi?..
Tra i Passionisti sceglie il nome di Grimoaldo (e con questo passerà alla storia); ma al battesimo ricevuto il giorno dopo la nascita lo chiamano Ferdinando. Il papà Pietro Paolo Santamaria e la mamma Cecilia Ruscio, ambedue cristiani ferventi, lavorano come funai a Pontecorvo (Frosinone). Da loro arriva canapa non raffinata che con mani esperte trasformano in funi di varie dimensioni rivendute poi nei mercati dei paesi vicini. A Pontecorvo Ferdinando, primogenito di 5 figli, nasce il 4 maggio 1883. Il battesimo, dunque, dopo un giorno di vita e, strano ma vero, la cresima a 5 mesi. Gli viene amministrata dal concittadino monsignor Gaetano Aloisi Masella, poi cardinale, nella sua cappella privata. Il piccolo, aiutato anche dall'esempio del papà e particolarmente della buona mamma Cecilia, cresce sano e buono. Nel 1890 inizia le scuole elementari. Riceve la prima comunione ad appena 8 anni. E' così buono, pensa il parroco, perché farlo aspettare come i suoi coetanei che vi sono ammessi sui 10/12 anni?
La chiesa è il luogo da lui preferito, frequentato con assiduità e particolarmente amato. Serve all'altare come chierichetto con diligenza e trasporto. Se non può andarvi, perché costretto a lavorare, non riesce a trattenere il pianto. Ma quando è in chiesa non c'è caso che si distragga. In ginocchio davanti alla statua dell'Immacolata, sembra una piccola statua anche lui: immobile con le mani giunte, qualunque cosa succeda. Il vecchio sacrestano ha le lacrime agli occhi e si incanta a guardarlo. Al parroco si allarga il cuore quando pensa al futuro di quel ragazzo. E' vero che il papà Pietro Paolo lo sogna e lo vuole funaio, ma don Vincenzo Romano intuisce che non potrà essere così: Ferdinando che è sempre in chiesa come vi fosse attirato da una calamita, che ha una grande passione per servire la messa, che è sempre presente nel coro parrocchiale a cantare con la sua bella voce, non sarà mai funaio; quel bambino che tra i primi ha dato il suo nome all'associazione dell'Immacolata diventandone uno dei migliori iscritti ha ben altra vocazione. E vede bene don Vincenzo. Lui da tempo si è accorto che il ragazzo resta a lungo in una silenziosa ed assorta contemplazione. Perciò non si meraviglia più di tanto quando un giorno corrono ansimanti a dirgli di aver visto Ferdinando, il figlio del funaio, rapito in estasi davanti all'immagine della Madonna.
E' un ragazzo. Riservato sì, ma non isolato. Mite ma non manca di iniziativa. Buono, ma vuole che anche gli altri lo siano. Alla mamma confida che lui prega per i ragazzi cattivi "perché diventino buoni". Spesso insegna catechismo ai compagni. Con la famiglia Santamaria vive anche la vecchia zia Checca, devota certo ma poco di chiesa. Il nipote ogni tanto le ricorda che "va bene lavorare e pregare in casa, ma occorre andare anche in chiesa ad ascoltare la messa". E poi la penitenza. Ferdinando ne ha un desiderio sorprendente: prega con chicchi di granturco o con sassolini sotto le ginocchia, sceglie il cibo meno saporito, spesso digiuna del tutto, ricerca mortificazioni degne di un eremita.
Ripete continuamente che lui è nato per fare penitenza. In famiglia sanno che a volte passa parte della notte vegliando e pregando. Dirà un testimone: "Desiderava seguire Gesù nelle sue sofferenze". La vita austera dei Passionisti del vicino santuario della Madonna delle Grazie, che lui frequenta sempre più spesso, sembra fatta proprio per lui. E ne parla apertamente. Ma il papà lo spinge verso il mestiere di funaio. Ferdinando è il primogenito e deve pur continuare il lavoro che oggi è di suo padre e che ieri è stato di suo nonno. Cerca di distoglierlo anche con severe punizioni da quello che, secondo lui, è un capriccio da adolescente. Le punizioni anche rigorose non servono? Proviamo con altri sistemi, si dice papà Pietro Paolo: gli comprerò un cavallo ed un carretto, lo manderò per fiere e mercati a vendere funi, farà soldi e l'idea del convento gli passerà dalla testa. La proposta è lusinghiera, ma quando Ferdinando la sente guarda il fiume che è lì a due passi e lo indica al papà dicendo: "la vita scorre come l'acqua... i nostri giorni vanno via veloci... e poi?".
Già. E poi?... riflette Pietro Paolo. Guardandosi dentro, si accorge che qualche convinzione circa il futuro del figlio, gli sta traballando. Ma non riesce comunque ad arrendersi definitivamente. Cosa non ha fatto e cosa deve ancora fare per portare avanti il suo progetto? Quel benedetto figliolo compie bene e subito il lavoro di aiutante-funaio per dedicare più tempo alla preghiera. La mattina per non svegliare i familiari scende a piedi scalzi fino all'uscio di casa e poi corre veloce ad ascoltare la messa. Neppure nelle pigre e gelide mattinate d'inverno, quando il freddo inchioda tutti in casa, Ferdinando manca all'appuntamento con il Signore. Una sera il ragazzo tornando a casa dalla funzione, trova la porta di casa ormai chiusa, ed è costretto a dormire da una vicina. Ripensando a tanta severità Pietro Paolo sente un nodo alla gola ed ha voglia di piangere. Anche lui ormai comincia a capire quello che la buona mamma Cecilia ha intuito da tempo. Lei si sorprende sempre più spesso a contemplare il suo Ferdinando già sacerdote e missionario. Le sembra di sognare e per la commozione trema tutta di materno stupore.
Il ragazzo ha sedici anni: sa quello che vuole. Ha pure anticipato lo studio di latino, grammatica e retorica perché è più che mai deciso a seguire la sua strada. Gli ha fatto da maestro don Antonio Roscia che da giovane ha tentato la vita del convento; per malattia è stato costretto a rientrare in famiglia ma ha conservato ammirazione e simpatia per i Passionisti. Ferdinando ha studiato anche di notte a lume di candela; e con un corso accelerato di pochi mesi ha recuperato quasi tre anni di studio. Ha superato le immancabili e facili ironie dei compagni che non riescono a capire quella sua strana decisione. E cede anche il papà che in fondo è buono come un pezzo di pane anche se a volte è stato più severo del consentito. "Il nostro ragazzo, confida a Cecilia, non vuole essere funaio; il suo interesse è solo per la chiesa". Sarà lui ad accompagnarlo fino alla stazione di Aquino per dargli l'ultima benedizione e l'ultimo bacio.
Ferdinando diventa più allegro ed espansivo, la gioia ormai incontenibile gli è dipinta sul volto. Dirà uno dei suoi migliori amici: "Incontrandolo e vedendolo tutto trasformato, gli domandai cosa avesse ed egli mi dichiarò che intendeva farsi passionista". Parte "con volto lieto"; avverte gli scettici di turno: "lo me ne vado e non tornerò più". Lascia dietro di sé l'esempio di un ragazzo silenzioso, modesto e irreprensibile. In casa ricorderanno che solo una volta è stato disobbediente: invitato ad andare a chiamare il papà alla locanda aveva stranamente fatto difficoltà. Alla mamma meravigliata, aveva risposto che temeva di sentire bestemmiare e questo gli feriva il cuore. Dirà un testimone: "Non vi era nessun altro ragazzo in paese simile a lui".
Come san Gabriele
Il 15 febbraio 1899 Ferdinando arriva a Paliano (Frosinone) per iniziarvi l'anno di noviziato. Il 5 marzo 1899 veste l'abito e prende un nome nuovo: Grimoaldo per devozione verso il santo protettore di Pontecorvo. La vita di novizio tutta solitudine, preghiera e mortificazione gli sembra cucita proprio su misura: una gioia così vera e intensa non l'ha mai sperimentata prima. I confratelli più anziani come pure compagni notano in lui un impegno costante per la perfezione. Un suo compagno dice che "mai notò in lui difetto alcuno" e che "faceva tutto in grado eroico, poiché desiderava essere santo". Emessa la professione religiosa si trasferisce a Ceccano, sempre in provincia di Frosinone. Qui riprende gli studi delle materie classiche; seguirà poi studio della filosofia e della teologia per prepararsi al sacerdozio. All'impegno per la santità aggiunge quello non minore per lo studio. Con candore e sincerità si affida al direttore spirituale.
Con tenacia è inchinato sui libri desideroso di apprendere sempre di più per essere un degno sacerdote. Nello studio i compagni sono più avanti di lui, ed hanno una preparazione di base più completa ed accurata. La sua invece a Pontecorvo è stata purtroppo rapida e lacunosa. Ma Grimoaldo non si perde d'animo. Accetta con gratitudine l'aiuto che qualche confratello gli offre nel campo scolastico. E' lodevole nell'impegno tanto che "i professori lo additano come esempio". Lui vive "sempre allegro, anche nelle umiliazioni, nelle contrarietà, nelle difficoltà degli studi".
Gli studenti hanno pochissimi contatti con il mondo esterno e vivono in pratica sconosciuti alla gente. Eppure la fama di Grimoaldo ha oltrepassato il recinto della casa religiosa: le persone che vivono attorno al convento hanno notato la sua bontà e si raccomandano fiduciosi alla sua preghiera. E, dicono, lo facciano con risultati positivi. Le preghiere di Grimoaldo ottengono le grazie richieste.
Ai genitori che vanno a trovarlo insieme alla sorella Vincenzina, mostra tutta la sua gioia per la vocazione religiosa e tutta la sua riconoscenza per l'educazione ricevuta in famiglia. Il giovane è un "colosso di salute": robusto, ben proporzionato, alto m 1,75. Nessuno può sospettare quello che sta per accadere. Il 31 ottobre 1902 durante una passeggiata pomeridiana nei dintorni del convento, Grimoaldo avverte improvvisi e lancinanti dolori alla testa con vertigini e disturbi visivi. Torna indietro e si mette a letto. Il giorno successivo, festa di tutti i santi, partecipa alla celebrazione della messa e riceve devotamente l'eucarestia. Ma perdurando il male si mette di nuovo a letto e viene chiamato il medico. La diagnosi è crudele e spazza via ogni speranza: meningite acuta, cui si aggiungerà anche qualche complicazione. Nei giorni della malattia il giovane rivela ancora di più il suo desiderio della santità e il suo amore a Dio. E la camera dell'ammalato diventa una scuola di virtù.
Grimoaldo infatti "rifulge in quella pazienza di cui ha dato sempre prova ammirevole e spesso ripete di accettare la malattia dalla volontà di Dio; raccomanda ai compagni che lo aiutino con la preghiera a non perdere la pazienza e il coraggio nell'abbracciare la croce. Con una gioia che gli brilla sul volto" si dichiara "contentissimo di fare la volontà di Dio". Negli ultimi istanti di vita il suo volto diventa splendido come il sole, i suoi occhi si fissano su un punto della stanza. Si spegne al tramonto del sole "calmo, sereno e tranquillo, qual bambino che dolcemente si riposa fra le braccia di sua madre". E' il 18 novembre 1902. Grimoaldo ha soltanto 19 anni. I religiosi si fanno animo "nella persuasione che si perde un confratello e si acquista un santo". I genitori non sono presenti alla sua morte: Grimoaldo apparirà loro confortandoli. Vivranno sereni; contenti di avere avuto un figlio così. A lui si rivolgeranno pregandolo nelle loro necessità.
Il giovane studente "quello che era tanto buono", è sepolto nel locale cimitero. Ma non vi resterà per sempre. Nell'ottobre del 1962 viene esumato e le spoglie mortali sono collocate nella chiesa del convento di Ceccano. Dopo 60 anni nella tasca del suo abito, ridotto ormai a brandelli, trovano un pezzeto di stoffa insieme ad un biglietto con la scritta: "abito del venerabile Gabriele dell'Addolorata"; una reliquia che il giovane ha portato devotamente con sé. Grimoaldo durante la vita ha guardato con particolare affetto Gabriele, si è nutrito del suo esempio. Scriveranno di lui: "Questo angelo è stato un perfetto imitatore del nostro venerabile Gabriele, tenerissimo devoto della Vergine, di squisita purità d'intenzione, di continuo e intimo tratto con Dio; docile e maneggevole come cera nelle mani dei superiori".
Come quaranta anni prima era avvenuto per Gabriele anche in Grimoaldo lodano "quel dimostrarsi sì cauto e guardingo nel fare gran conto delle piccole cose in cui è riposta la santità del religioso; quel trovare le sue delizie nello stare davanti a Gesù sacramentato ove a volte passava intere ore; quel mostrare tanto fervore nella recita delle divine lodi".
Per chi pretende misurare tutto con il metro dell'efficientismo, dell'apparenza e del clamoroso, Grimoaldo non ha fatto niente che sia particolarmente degno di ammirazione. Ma per chi guarda le cose con l'ottica della fede ha coltivato l'essenziale: struggente anelito della santità, sete ardente di Dio. Impegnato con tutto se stesso nelle cose di ogni giorno, celebra il dono della vita e la grazia della vocazione sull'altare della ferialità. Soave e sereno stupisce per l'amore al raccoglimento, il gusto della preghiera anche quella contemplativa, la pratica della penitenza, l'amore a Gesù crocifisso, la filiale devozione alla Madonna immacolata. Meraviglia tutti per la semplicità dei piccoli e la stupefacente costanza dei forti.
Sembra poco. Invece è tutto. Molte e crescenti le grazie attribuite alla sua intercessione. Anche negli USA, dove vivono alcuni suoi parenti, Grimoaldo è amato e venerato e fa sentire la sua celeste protezione. E' dichiarato venerabile il 14 maggio 1991 e beato il 29 gennaio 1995.
Grimoaldo: il nome non è dei più comuni. Ma ormai è familiare e caro. E' il nome di un giovane forte e generoso proposto come modello. E il funaio mancato, che voleva diventare santo, ha già legato a sé innumerevoli cuori.
Brano tratto dal Libro: “Sotto la croce appassionatamente”, Pierluigi Di Eugenio, Ed. Eco - S. Gabriele (TE), 1997.
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