| "Il paradiso è l'unica realtà per cui valga la pena di vivere e di morire"
Nascita: 29 aprile 1868
Professione Religiosa: 29 aprile 1884
Morte: 02 novembre 1889
Venerabile: 21 marzo 1983
Beato: 17 novembre 1985
“Coraggio, mamma! Noi ci rivedremo in Paradiso”. Mamma Filomena però, sentì le lacrime ancora più abbondanti. Al pianto di dolore si aggiungeva il pianto di consolazione. Quel figlio aveva imparato ciò che lei gli aveva trasmesso: il paradiso è l’unica realtà per cui valga la pena di vivere e di morire. Si lasciarono così con questo appuntamento. Lui sorretto da alcuni amorevoli confratelli, risalì le scale del convento per consumare il suo olocausto. Lei riprese la strada di casa con le figlie Adele e Teresa portandosi dentro l’immagine del figlio già segnato dalla morte ma con gli occhi ancora dolci come quando li contemplava tenendolo in braccio.
Un fiore sbocciato in campagna
Mamma Filomena si ritrovò a casa con gli altri quattro figli cui pensare e con tanto lavoro. Ma il cuore e la mente erano a circa 10 Km nel santuario della Madonna di Casale dove il suo Gigino, stava correndo verso il Paradiso. I segni evidenti della tisi non lasciavano dubbi o speranze: il paradiso per lui era proprio dietro l’angolo. E rivedeva come un breve film la vita del figlio. Appena 21 anni volati via in fretta. Rapidi come un sospiro. Rivediamola anche noi.
Giuseppe Campidelli e Filomena Belpani si sono sposati da quasi otto anni nella chiesetta di san Martino dei Mulini. Sono venuti ad abitare tra il verde dei campi a Trebbio di Poggio Berni nell’entroterra riminese.
In casa con Giuseppe vive anche il fratello Michele. Uomo dal carattere bizzarro, non disdegna un buon bicchiere di vino. Ma anche lui quando guarda i nipotini si intenerisce e sente fremiti di dolcezza. Pio entrato in convento lo ricorderà con affetto nelle sue preghiere. Sorriderà soddisfatto quando gli diranno che finalmente lo zio ha smesso di bestemmiare.
In casa Campidelli non manca il dispensabile, ma non c’è niente di superfluo. Il lavoro nei campi permette di vivere dignitosamente. Quello che vi regna in abbondanza è il senso del dovere, la costante preghiera e una serena pace familiare.
In questo modello di famiglia cristiana, sono già nati Attilio nel 1861, Emilia nel 1864. Il 29 aprile 1869 nasce Luigi, Gigino, che viene battezzato lo stesso giorno.
In seguito nasceranno altre due sorelline, Teresa e Adele.
A sei anni una dolorosa esperienza segna la sua giovane vita: il papà Giuseppe muore di tifo lasciando nel pianto la famiglia. La mamma Filomena attinge forza dalla fede, prende in mano la situazione e per i figli rappresenta la dolcezza materna e la sicurezza del padre. Soprattutto Luigi è attento ai suoi insegnamenti. Assimila tutto dimostrando una inclinazione per la preghiera, disprezzo per tutto ciò che è male e una vivacità incredibile nel percepire e vivere la presenza di Dio. Col tempo inizia a insegnare catechismo. Ha legato su un albero una campanella con la quale chiama a lezione bambini e bambine dei dintorni.
Lo si vede pregare a lungo. La mamma ben presto percepisce che in Gigino c’è qualcosa che “lo fa volare sempre più in alto”. Così chiede consiglio al fratello sacerdote don Filippo e concludono: “Dio sta lavorando nel cuore del fanciullo che risponde meravigliosamente bene”. La sorella Emilia ricorda che “prega specialmente per il babbo, per i morti e per i parenti”.
Il fratello Attilio nota che “pur di andare in chiesa ogni giorno si fa i suoi cinque Km di strada anche con le scarpe che gli fanno le ferite”. C’è addirittura chi si lamenta perché “sta sempre in chiesa, o in casa a fare gli altarini”.
Alla mamma dicono: “E’ stato un dolore perdere vostro marito, ma il Signore vi ricompensa con questo figlio”.
I Passionisti già da due anni si sono insediati nel vicino santuario della Madonna di Casale presso sant’Arcangelo e nel 1880 predicano una missione a Poggio Berni e Torriana. In quel periodo Gigino ha dodici anni. Corre ad ascoltarli insieme alla mamma; ne resta affascinato, e comprende che quella è la sua via. Mentre ascoltava un padre passionista predicare, si sente dire interiormente “Ti voglio passionista”. Gigino risponde con entusiasmo. Il superiore, al quale confida subito il suo desiderio, lo guarda con affetto e gli dice: “sei troppo piccolo; devi aspettare almeno fino a i 14 anni”. E poi, ma non glielo dice, lo preoccupa la sua salute, gracilino com’è. Gli suggeriscono di andare in seminario. Ma lui sa quello che vuole e risponde: “Sacerdote sì, ma prete no. I preti vivono nel mondo con molta responsabilità e pericoli. I religiosi invece nei loro conventi stanno sempre con Dio e hanno tanti mezzi per salvarsi”.
Il 2 maggio 1882 si parte per il convento. “Noi tutti assieme alla mamma piangevamo, solo lui era allegro, rideva e diceva: Per me non dovete piangere;io sono veramente felice”, affermerà la sorella Teresa. Parte perché nel cuore gli brucia un grande desiderio: diventare sacerdote e missionario passionista, farsi santo. Ha soltanto 14 anni e la decisione può sembrare più grande di lui. Invece…
Al di là dell’apparenza
Veste l’abito religioso il 27 maggio 1882. nel gennaio del 1883 il noviziato viene trasferito a Sant’Eutizio di Soriano al Cimino presso Viterbo. Qui Pio vivrà sei mesi. Il 24 luglio infatti torna a Casale per gli studi ginnasiali, filosofici e teologici in preparazione al sacerdozio. Emette i voti il 30 aprile 1884 al compiersi del 16° anno di età.
La comunità ammettendolo unanime alla professione nota la sua “singolare modestia, l’esattezza nell’obbedire senza replica agli ordini anche minimi dei superiori, la compostezza esteriore, segno sicuro del raccoglimento interno”. Il maestro ne conserva un caro ricordo. Qualche anno dopo lo si sentirà dire: “Dunque sono finiti i novizi passionisti? Qui non ci sono più i novizi. Pio sì che era un vero novizio: buono, umile, obbediente, raccolto, che faceva davvero orazione. Se non imitate Pio non sarete veri novizi”.
Pio adesso è impegnato a prepararsi al sacerdozio, nella preghiera e nello studio. Per la gente che frequenta il santuario è il “santino di Casale”.
Il 17 dicembre nella cattedrale di Rimini riceve la tonsura e gli ordini minori. Il cammino verso il sacerdozio prosegue. Tutto sembra per andare per il meglio. I superiori apprezzano questo giovane passionista e lo guardano con ammirazione. Ma improvvisamente all’inizio dell’inverno del 1888 compaiono i primi sintomi della tubercolosi, ma del secolo.
Pio non guarirà più. Ma non si scoraggia. Si affida al Signore. A qualche parente che gli suggerisce di tornare in famiglia per curarsi meglio ed anche con la promessa di una ricca eredità, risponde deciso: “Non lo farei neppure per tutto l’oro del mondo”. Alla mamma lascia come ricordo prezioso un crocifisso lavorato con le sue stesse mani. I confratelli ora più che mai si accorgono di vivere vicino ad un santo. Pio ora mai passa il tempo a letto immerso nella contemplazione di Dio o cantando sottovoce canzoncine alla Madonna. Poco prima di morire dona un gesto d’amore alla sua terra. Lo sentono dire: “Offro la vita per la chiesa, per il papa, per la congregazione, per i peccatori, per la mia diletta Romagna”. In estasi esplode in esclamazioni che lasciano capire l’altissima mistica a lui familiare: “Oh sapienza infinita del mio Dio! Oh infinità bontà! Oh misericordia grande, incommensurabile di Dio! Oh grande verità! Oh infinita carità. Sì, Dio è carità. Com’è possibile offendere una carità così grande?”.
Attorno al suo letto sostano tutti i confratelli che accompagnano al cielo con la preghiera il più giovane religioso della comunità. “Ecco la Madonna che viene”, dice Pio un attimo prima di morire guardando fisso verso la parete, sorridendo. Il cuore cessa di battere il 2 novembre 1889 alle ore 22,30. la Madonna è venuta davvero a prenderlo per portarlo in paradiso. L’appuntamento dato da Pio a mamma Filomena e non soltanto a lei… Ha 21 anni. E’ stato il primo passionista romagnolo, il primo ad entrare e morire nel convento del Casale, il primo ad essere ammesso al noviziato nella ristrutturata provincia religiosa della Pietà dopo quindici anni di soppressione. Sarà anche il primo ad essere proclamato Beato.
E’ sepolto nel cimitero di San Vito. Nel 1923 avviene l’esumazione del suo corpo che viene trasportato nel santuario di Casale. E’ un trionfo. Nessuno aveva dimenticato “il fratino santo”.
Il 17 novembre 1985 Giovanni Paolo II lo dichiara beato. E’ l’anno internazionale della gioventù. Il giovane Pio viene proposto a tutti, particolarmente ai giovani, come modello di generosità, di amore alle piccole cose, di vita interiore pienamente appagante. Il santuario della Madonna di Casale diventa così anche santuario del beato Pio.
Una vita, quella di Pio, fatta di sola apparenza, di niente. La vita di Pio è una vita di semplicità e interiorità. Una pagina scritta prendendo spunto dal vocabolario della sua vita quotidiana; un inno cantato con le note alla portata di tutti. Piccolo contadino, gracile di costituzione, giovane studente nascosto nel nero abito passionista. Conosce pochissima gente; pochissimi sanno il suo nome. Una esistenza vissuta nel silenzio e nel nascondimento di un convento. Un cammino percorso senza colpi di gomito per farsi largo e uscire allo scoperto. Pio ha tessuto il ricamo della sua santità con i fili di gesti quotidiani riempiendoli d’amore. Gesti ripetuti, ma sempre nuovi perché vissuti in Dio.
Pio vive lo straordinario di una vita ordinaria: tutto riempie di Dio e tutto riporta a Dio. E lo fa con impegno fermo. Senza cedimenti, senza evasioni e rimpianti. Tutto accetta con gioia, tutto vive con serenità, tutto offre con amore. Anche la sua stessa vita. La sofferenza ne spezza l’esistenza ma non ne incrina la pace e neppure ne vela il sorriso. La morte prematura non ne cancella il ricordo. Ci si stupisce sempre più davanti all’avventura limpida e straordinaria di questo giovane che visse “da angelo” e che morì donando la vita.
Brano tratto dal libro: Pierluigi Di Eugenio; Sotto la Croce appassionatamente, la santità nella famiglia passionista; ed. Eco – s. Gabriele (TE), 1997. |